PÉGUY • Le opere

I MISTERI

La prima “Giovanna d’Arco” doveva essere, nell’intenzione iniziale di Péguy, una specie di studio storico. Ma l’idea dello studio storico si trasforma: “Mi sono reso conto che era decisamente impossibile, con la storia come si è obbligati a scriverla, fare la storia di questa vita interiore. Mi è venuta allora un’idea che alla fine ho osato accogliere: quella di usare tutte le risorse del dramma, all’occorrenza del verso”. Tredici anni dopo, Péguy ha gà ritrovato la fede. La nuova “Giovanna” sarà una lunga meditazione cristiana. Gli nasce fra le mani, inaspettata, dapprima in margine al testo originale del ’97, come rimaneggiamento: fluisce così il primo “Mistero”. Altri seguiranno, pensa, ricalcando tutto il dramma, così come questo ne segue la prima parte. Ma gli altri due “Misteri” si staccheranno totalmente dal dramma. Il primo “Mistero”, quello “della carità di Giovanna d’Arco“, conserva parti in prosa ereditate dalla struttura del dramma originario. I due successivi, il “Portico del mistero della seconda virtù” e il “Mistero dei santi innocenti“, più fusi, più omogenei, non più drammi ma monologhi, sono una grande meditazione sulla Speranza, seconda virtù teologale. Nel “Mistero dei santi innocenti” lo sguardo si leva al cielo, allo spirituale. La poesia si alimenta al simbolismo sacro della liturgia cristiana. Ed è la liturgia che ritma i due poemi: il Padre nostro, l’Ave Maria, l’inno dei santi innocenti. Il protagonista di questi due “Misteri” è indiscutibilmente uno solo e il più inatteso: Dio stesso. Con incredibile audacia, Péguy lo fa parlare, con semplicità, con la familiarità che nasce dall’amore. I “Misteri” sono contemplazione pura, poesia mistica, teologica e viva. Un insieme unico, nell’opera di Péguy, per la libertà del verso e del pensiero.
«Péguy ha attentamente congiunte e collocate una sull’altra tutte le pietre della sua teologia allo scopo di potervi collocare poi sulla cima, quale pietra culminante della volta, una sua idea suprema… Ciò avviene in due opere che ne compongono in realtà una sola, i Misteri della speranza e dei bambini innocenti. Tutto va a confluire nel “principio speranza”. Mentre tutte le cose del mondo affondano a poco a poco nell’entropia della morte, la speranza è la sola che nuota a ritroso e rimonta la corrente… Péguy comincia il suo mistero della speranza, dopo alcune teologiche idee introduttive, con le riflessioni del taglialegna nel bosco d’inverno dove si strema di lavoro per i suoi bambini. Da dove prendono mai gli uomini tutto questo, Dio si domanda. Ma il taglialegna di Péguy è un cristiano e nella sua speranza umana si è fin dal principio frammischiata l’idea cristiana. Il taglialegna è, attraverso i suoi figli, solidale con la cristianità, perciò egli mette subito la sua speranza nella comunione dei santi; con decisione audace fino a spaventarsene e scavalcando tutti i normali santi patroni, egli ha messo il suo bambino ammalato semplicemente nelle mani della Madre di Dio e ve l’ha lasciato. Ciò vuol dire: la speranza socialistica di Péguy, fondata sulla ineccepibile solidarietà di tutti gli uomini, sulla intollerabilità di un unico esilio, è ora passata senza residuo alla egualmente ineccepibile solidarietà della comunione dei santi e che ha il suo vertice in Maria, nell’unica creatura che è tutta pura e tuttavia tutta carnale… Due cose da notare in tutto ciò. La prima è che il peccatore può fare quel che vuole ma così facendo urta sempre contro il cuore tremante dell’amore che tutto circonda e porta, dentro cui inevitabilmente ricade. La seconda è che Dio deve esercitare l’uomo in questo suo proprio rischio, cioè nella libertà. La grazia deve dunque allenarli alla libertà, ma nello stesso tempo insegnare loro in che modo ci si serve veramente della propria libertà: devono imparare a capire la larghezza, la gratuità, l’inutilità dell’amore per corrispondere “con cuore liberale” al cuore di Dio. Questa è l’essenza del cristianesimo, che nel cuore dell’uomo “si risvegli un riflesso della gratuità della mia grazia”… Questo è ciò che Dio ha voluto: che la sua grazia educhi l’uomo alla libertà, a quella stessa avventura che costituisce l’essenza del cuore di Dio. Ma il cuore di Dio resta ancora un cuore ferito e reso impotente dall’amore, un fianco aperto e indifeso, attraverso il quale l’uomo, il nemico, può irrompere. La più famosa immagine dei Misteri, quella della flotta delle preghiere spiega una tale eventualità… Questa volta è la preghiera del Figlio, il Padre Nostro, che carica di tutte le richieste e le esigenze della creazione arriva dal mondo al Padre, come una antica nave da battaglia con il suo rostro acuminato e dopo di essa, nascosta, avanza in triangolo l’interminabile flotta di tutte le preghiere. È un’aggressione al cuore del Padre di successo infallibile» (H.U. von Balthasar).

LE QUARTINE

L’opera poetica immediatamente seguente, i “Quatrains”, quartine, è un’opera che Péguy non pubblicò mai. Scritti nella notte dell’angoscia, in essi passò tutta la fatica, l’amarezza, la consapevolezza del peccato, della miseria di sé: poesia febbrile, grido dell’uomo sull’orlo dell’abisso. Incompiuti, non organizzati, usciti postumi, i “Quatrains” sono documenti rivelatori dell’uomo, non grandi creazioni del poeta.

Gli ARAZZI

Il 1912 si concluse con le “Tapisseries“, “Arazzi”, dedicati a santa Genoveffa e Giovanna d’Arco. Ma nel maggio 1913 ecco l'”arazzo più perfetto”, dedicato a “Nostra Signora”. Tre parti distinte, un preludio con il saluto del pellegrino alla città di Parigi e alla sua patrona prima della partenza per l’altra cattedrale di Notre-Dame, quella di Chartres; il poema del pellegrinaggio, e infine le cinque “Preghiere nella cattedrale di Chartres”.
«Nelle sei grandi poesie di Chartres, che hanno da valere come il vertice dell’arte di Péguy, egli innalza la sua invocazione dal tempo caduto alla presenza del tempo non-caduto nel santuario di Maria. Chartres nel mezzo degli interminabili aurei campi di grano della Beauce è simbolo della riuscita messe del mondo intorno al paradiso presente. Péguy, lo stanco e tuttavia instancabile pellegrino solitario, ha scoperto e inaugurato questo pellegrinaggio nel quale ora ogni anno molte migliaia di studenti e di intellettuali parigini lo imitano. Le sue preghiere sono esattamente la consegna della realtà terrestre, che non trova in sé nessuna definitiva misura, all’assolutamente Giusto, alla Misura che tutto riassetta e placa fra paradiso e mondo cauto. Dedizione di sé come sottomissione, come abbandono di ogni insensata rivolta e amarezza, di ogni disordine del cuore bramoso e orgoglioso, di ogni angoscia davanti alla morte e al giudizio. La preghiera non arriva a chiedere l’eliminazione del dolore, ma la perseveranza della fedeltà e dell’onore nel servizio. Tutto è cristallinamente chiaro e schietto fino al fondo, una volontà di confessione e di trasparenza domina questi versi uno per uno» (H.U. von Balthasar).

CLIO e VERONIQUE

Péguy parlava di questi due testi come di un “Dialogue de l’histoire et de l’âme charnelle” e di un “Dialogue de l’histoire et de l’âme paienne”. Il secondo fu pubblicato nel 1917 con il titolo “Clio“; il primo uscì solo nel 1955, dapprima con lo stesso titolo “Clio”, poi nel 1957 e nel 1972 con il titolo “Véronique” sulla base di una casuale espressione usata da Péguy (secondo J. Bastaire questo titolo non è giustificato e per questo è stato tolto dalle Opere in prosa complete pubblicate in Francia nel 1992). “Véronique” fu realizzato quasi interamente tra il luglio e il settembre 1909 quando, lasciando il testo incompiuto, Péguy passò al “Mistero della carità di Giovanna d’Arco”. “Véronique” è il primo testo di Péguy cattolico e tratta della scristianizzazione del mondo moderno. È lo stesso Péguy a richiamare l’attenzione sul passaggio fra questi due “dialoghi”, come scrive all’amico Joseph Lotte il 28 settembre 1912: “Il primo volume si chiamerà Clio, il secondo si chiamerà Véronique. È stupendo, vecchio mio, Clio (cioè la storia) trascorre il suo tempo a cercare delle impronte, delle vane impronte, e un’ebrea da nulla, una bambina, la piccola Veronica tira fuori il suo fazzoletto e sul volto di Gesù prende un’impronta eterna. Ecco ciò che sbaraglia tutto. Lei si è trovata nel momento giusto. Clio è sempre in ritardo”.

EVA

La grandiosa opera finale è “Eve”, “Eva”, epopea cristiana dell’umanità. Ormai Péguy ha superato la tentazione della disperazione: l’immenso poema, in cui metterà tutto se stesso, sarà soprattutto poema della fede e della speranza cristiana. Meditazione e contemplazione del mistero della salvezza, l’opera mette a confronto due personaggi che rappresentano l’umanità: Eva, simbolo dell’umanità decaduta, e Gesù, che parla per tutto il poema, con tenerezza e pietà. “Eva” è il canto dell’incarnazione: deplorazione della miseria dell’uomo dopo il paradiso terrestre, visione della resurrezione dei morti, condanna dello scandalo della guerra e inno ai morti, implorazione alla misericordia del Dio fatto uomo, della Passione, meditazione sul mistero della salvezza e sulla comunione dei santi, evocazione del Paradiso.
«Nella mia Eve ci sarà tutto”, confidava Péguy al suo amico Joseph Lotte. Eve riprende tutti temi essenziali del pensiero di Péguy e svolge la storia dell’umanità in una sorta di “arazzo musicale”. Eva è anzitutto quella della Genesi: tratta dalla costola di Adamo, essa conobbe la luce paradisiaca anteriore al peccato, poi l’esilio comminato dal cherubino. L’Eva di Péguy è anche l’umanità, nata dalla madre “sepolta fuori del primo giardino”. È figlia dell’Eva biblica e di tutte le “Eve” temporali, di tutte le madri che si sono chinate sulle culle e che hanno chiuso gli occhi dei morti. Nello sguardo dell’umile e solerte casalinga trascorre la storia degli uomini. Si sforza di mettere ordine nella vita degli uomini e in quest’opera si prodiga pur sapendo che anche quell'”ordine”, alla fine, sarà sconvolto dal “Giudizio dei morti”, perché esso non è nulla al cospetto dell’ordine primitivo, perduto a causa del peccato. Eva è anche anima, l’anima sposata al corpo. La giovane signora, la donna, Eva, è l’anima, e lo lascia fare. Lascia parlare il signor corpo, si lascia trascinare per le vie del mondo, e intanto continua a pensare al “primo mattino”. Eva simboleggia la parte “femminile” di ogni essere umano, che attende d’essere visitata, ricondotta verso il paradiso, verso l’infanzia del mondo. Essa è dunque la parte mistica dell’umanità che “rimembra” il “paese perduto” e ne cerca la via, lungo antichi sentieri. L’umanità, figlia di Eva, è quella di tutti gli uomini, nonché quella di Gesù-Uomo. Secondo la sua ascendenza carnale, Gesù discende da Eva. Gesù-Uomo, in nome di tutta l’umanità, saluta Eva con queste parole: “E t’amo tanto, o indigente prima, che prima subisti la legge della morte, e prima fosti esposta alla legge della miseria, e prima agli insulti d’una nuova sorte”. Quando Gesù pronuncia il ritornello: “Io ti saluto”, al di là della prima donna, vediamo profilarsi la nuova Eva, la Vergine Maria. Le allusioni, le parafrasi dell’Ave Maria, della Salve Regina, affiorano incessantemente nel gigantesco poema di Péguy … La teologia e la liturgia pongono al contro della devozione a Maria la sua dignità di novella Eva, madre di tutti i viventi della nuova vita, soprannaturale e carnale insieme. Il finale di Eve ci mostra, l’ultimo giorno, davanti al trono di Dio, la figura di Maria, “Advocata nostra”: soltanto lei ci salverà, perché il mondo moderno, privo del sacro, perduto a causa del denaro, pietrificato dall’orgoglio della scienza e delle tecniche, non conterà nulla… E per finire, Eva simboleggia anche un’altra “Maria”, la Chiesa di Gesù» (Ch. Moeller) .


HANNO DETTO

Benedetto XVI

L’opera di Charles Péguy ci ha portato alla scoperta dell’anima di Giovanna d’Arco e all’origine della sua vocazione. Attraverso una profonda riflessione su temi sempre presenti nel pensiero dei nostri contemporanei, siamo stati introdotti nel cuore del Mistero cristiano. In questo testo di grande ricchezza, Péguy ha saputo rendere con forza il grido che Giovanna leva verso Dio con passione, implorandoLo di far cessare la miseria e la sofferenza che vede attorno a sé, esprimendo altresì l’inquietudine dell’uomo e la sua ricerca della felicità.. Portandoci ancora più in là nella meditazione, Péguy ci ha fatto intravedere nel “Mistero” della Passione di Cristo ciò che, in definitiva, dà un senso alla preghiera della giovane donna, la cui forza d’animo non può non commuoverci.
La rappresentazione di questa opera dinanzi a noi questa sera mi appare particolarmente opportuna. In effetti, nel contesto internazionale che viviamo oggi, di fronte ai drammatici eventi del Medio Oriente, dinanzi alle situazione di sofferenza provocate dalla violenza in numerose regioni del mondo, il messaggio trasmesso da Charles Péguy in “Le Mystère de la Charité de Jeanne d’Arc” è una fonte di riflessione molto proficua. Possa Dio udire la preghiera della santa di Domremy e la nostra, e donare al mondo la pace alla quale aspira!
…Al termine di questa bella serata, che santa Giovanna d’Arco ci aiuti a entrare sempre più profondamente nel mistero di Cristo per scoprirvi il cammino della vita e della felicità! Su tutti voi imploro di cuore l’abbondanza delle Benedizioni del Signore.

H.U. von Balthasar

Tutta l’arte e la teologia di Péguy sfocia sempre più in preghiera… È la forma della teologia come dialogo trinitario, un dialogo che prima di Péguy non è mai stato ideato e in cui il poeta ha potuto avventurarsi solo grazie a uno stile di popolare semplicità che evita ogni apparenza di elevatezza, ma che mai neppure per un attimo degenera in piaggeria o in falsa familiarità. Solo una fede nello Spirito Santo può far parlare Dio così… Nella comunione dei santi le missioni stanno le une nelle altre e si danno spinta e rilievo a vicenda. Ma le missioni dei poeti – in quanto missioni dei peccatori che nella loro opera si consacrano a un’idea di santità e con il loro servizio la rappresentano – sono allora come riverberi particolari che irradiano dall’ordine e dalla bellezza dei santi, sono nella linea della bellezza teologica, la loro testimonianza per il presente.

Giovanni Paolo II

È precisamente l’origine della teologia che si trova concentrata in quest’opera [Il mistero della carità di Giovanna d’Arco]. La teologia non soltanto meditata, non soltanto fatta oggetto di speculazione, ma innanzitutto vissuta.

J. Bastaire

Péguy ha beneficiato, durante la sua infanzia, di una formazione cristiana seria e costante. I primi rudimenti di catechismo li riceve alla scuola primaria dall’autunno 1879. A quell’epoca, l’istruzione religiosa fa ancora parte dell’insegnamento obbligatorio nelle scuole pubbliche. Con l’arrivo del direttore Naudy nel 1880, la politica di laicizzazione obbliga i fanciulli a proseguire il catechismo nella loro chiesa parrocchiale. Questa istruzione religiosa si prolunga fino al 1890-91, data della conclusione degli studi superiori al liceo di Orléans. Come proclama lui stesso, la sintesi della sua fede è tutta nel catechismo della diocesi di Orléans, “il catechismo della parrocchia natale, quello dei bambini piccoli”. È ben conosciuto il suo culto per la Vergine e i santi. Meno conosciuto è il suo culto degli angeli: nel settembre 1913 Peguy racconta a Lotte: “il mio angelo custode è incredibile. È più duro di me. Per ben tre volte l’ho sentito prendermi per il bavero, strapparmi a certi propositi, a certi atti meditati, preparati, voluti”… Péguy insiste con forza su quel mistero centrale del cristianesimo che è la persona di Gesù: “Un Dio uomo, un uomo Dio”.

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