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![]() Alla fine abbiamo deciso per un sabato mattina, il giorno prima della partenza del nostro Pellizzoni per la Cina. E noi dell'esecutivo del Centro siamo andati con lui a visitare la mostra dedicata a Oriana Fallaci, ospitata a Milano fino al 18 novembre a Palazzo Litta, questo splendido edificio nei pressi della Cattolica. Ed eccoci qua nel cortile del palazzo, a farci fotografare sotto la gigantografia di un'Oriana inviata di guerra in Vietnam. Seduta a gambe incrociate sotto una tenda militare, il viso teso catturato da un colpo di luce. "La libertà è un dovere prima di essere un diritto", campeggia su un lato del pannello. Una di quelle frasi che sembrano fin troppo pesanti da portare, se le confronti con le sue prime foto da bambina. Una bambina che a 14 anni la vedi in bici che fa la staffetta partigiana... Si ripercorre la sua storia, la sua inevitabile carriera. Basta fare la prova e mettersi a leggere uno qualsiasi dei suoi "pezzi", prima si viene accompagnati e poi trascinati parola dopo parola fino alla fine. La cura del particolare - un tratto che l'accomuna agli "impagliatori di sedie" del nostro Peguy! -, il desiderio e la tenacia di svolgere fino in fondo il proprio compito, di arrivare al fondo della questione, di chiamare le cose col loro nome, che non le risparmiava sfrontatezza e inevitabili preconcetti. Riecheggia un passo di Giussani da "Tracce d'esperienza cristiana": "Per questo c'è una insospettata consanguineità tra chi veramente cerca e chi ha sinceramente trovato". Oriana è una testimone che spinge a uscire dal proprio limite, alla ricerca della verità, capace di mettersi in discussione senza nascondersi dietro la propria fama, fino all'ultimo. Fino alla sua ultima "intervista", quella con il Mistero, a cui l'ha accompagnata mons. Fisichella. "Oriana la si ama per quello che è stata, nel bene e nel male, non per quello che avremmo preferito che fosse", come ha scritto M. Allam nel suo contributo al catalogo. |